mercoledì 19 novembre 2014

Come è Stato possibile?




Oggi scrivo di un evento storico, forse ormai dimenticato dai più, da cui prendere spunto per una riflessione finale. Si parla del secolo scorso e spero di non annoiare nessuno. Prendetevi cinque minuti per leggerlo e poi sappiatemi dire...

Nel  1929, durante la Grande Depressione, sotto il governo Benito Mussolini, si tennero le elezioni per le amministrazioni di numerose province italiane.

Le percentuali con cui i presidenti di provincia furono eletti, praticamente tutti dell’asse della maggioranza di governo, rasentarono spesso il 70% o 80% delle preferenze, il che non stupisce nessuno dal momento che come ben sappiamo si trattò di elezioni di regime, per nulla democratiche.

Il popolo a quei tempi era persino escluso di fatto dal voto. Voto che era diventato, grazie ad un’apposita e provvidenziale legge varata pochi mesi prima dallo stesso governo Mussolini, una questione privata ed esclusiva riguardante la sola nomenclatura politica dell’epoca (in pratica in Italia,alcuni politici di quel periodo storico si eleggevano a vicenda fra di loro…). Accadde persino che in diverse province il candidato fu uno solo, si trattava cioè di un così detto “candidato unico”. E’ un fatto molto distante dalla concezione moderna di elezione democratica, mi rendo conto, ma quando dico che c’era un solo candidato, intendo proprio dire che l’elezione non prevedeva scelta: in lista c’era un solo nome, e basta. Quindi l’elezione avvenne in molte province senza neppure la parvenza di una scelta democratica fra candidati di opposti partiti. Ciò accadde per esempio a Pisa, Piacenza, Reggio Emilia, Lecco, Novara e diverse altre.
Ma dal momento che i politici si eleggevano appunto fra di loro, escludendo quindi il voto popolare, nessuno di questi  “politici-elettori” aveva di che lamentarsi della candidatura unica: era anzi una semplificazione molto gradita per la spartizione delle poltrone di comando, anche e soprattutto - è immaginabile - fra personaggi di dubbia onestà.

Oggi sembra quasi impossibile che la popolazione dell’epoca abbia potuto accettare un meccanismo elettorale del genere. Va detto però che il popolo non era molto consapevole di come si muovessero le  cose: a quei tempi c’erano altri problemi a cui pensare. Povertà, crisi economica, chiusura delle fabbriche e conseguente perdita di posti di lavoro erano problemi molto seri che lasciavano poco spazio fra il popolo ad accademiche considerazioni sulla presunta mancanza di democrazia e le sue ripercussioni sulla vita civile (ripercussioni che includevano, però, la crisi economica stessa!).
Inoltre l'opposizione politica al regime veniva ridicolizzata dai mezzi di informazione filo governativi e dipinta come demagoga, incapace e persino pericolosamente antidemocratica (sic!). Ai parlamentari che osavano contestare il governo capitava anche di essere picchiati e sospesi dal parlamento. Gli operai e i disoccupati che manifestavano in strada venivano spesso manganellati. Uomini influenti vicino al governo avevano persino ventilato l'ipotesi di limitare fortemente il diritto di sciopero, proponendo di vietarlo del tutto al di fuori del settore pubblico. Lo sappiamo tutti ormai: far sentire la voce della ragione, a quei tempi, era impresa ardua se non impossibile.
Va detto anche che all’epoca non c’erano i mezzi di informazione che ci sono oggi come la televisione e i giornali (i quotidiani c’erano, ma non erano così diffusi. E soprattutto in pochi sapevano leggere!).Internet poi, manco esisteva! L’esito di quelle elezioni  non fu neppure seguito dai mezzi di informazione dell’epoca, e il popolo nella sua larga maggioranza non ne era quindi neppure a conoscenza: non solo dell’esito, ma neppure del fatto che si fossero tenute le elezioni! Del resto, non essendo chiamati al voto, per quale motivo i cittadini avrebbero dovuto saperlo o comunque interessarsi alla cosa?
E soprattutto, nel bel mezzo di una crisi economica micidiale, per quale motivo avrebbero dovuto preoccuparsene?

Oggi – dopo aver pagato un caro prezzo - sappiamo invece quanto importante sia il valore della Democrazia. Nessuno di noi permetterebbe mai il ripetersi di certe situazioni, e meno che mai accetterebbe un governo che limitasse il nostro diritto di voto. Il Paese probabilmente insorgerebbe per le strade... o almeno, piuttosto di partiti del genere, voteremmo qualsiasi forza di opposizione che difendesse il nostro prezioso e imprescindibile diritto di voto. Un diritto basilare da cui derivano direttamente Democrazia e Libertà, conquistato dai nostri nonni ad un prezzo incalcolabile, pagato col sangue e forse dato per scontato da troppi delle generazioni successive. Un diritto dal valore inestimabile. No, oggi nessuno lo permetterebbe.

Sicuri?


Io non molto:
quello che hai letto in questo post contiene alcune volute "inesattezze": l'anno in questione non è il 1929, ma il 2014. Le elezioni provinciali a cui fa riferimento sono quelle di quest'anno (ottobre 2014). Il governo sotto cui sono state varate queste leggi e sono avvenute questo genere di elezioni non è quello di Benito Mussolini bensì quello di Matteo Renzi.
Per il resto è semplice realtà dei fatti: leggi elettorali, percentuali, procedure, esclusioni, "candidati unici", violenza sulle minoranze, etc...
Ma soprattutto, purtroppo, è vera anche la considerazione più triste e pericolosa che riporta questo post: il popolo non se ne preoccupa neppure.

Il sonno della ragione genera mostri (F. Goya)

 
Post scriptum:
Gli ultimi tre governi si sono formati senza che le Istituzioni dello Stato sentissero il bisogno di consultare in libere elezioni il parare degli italiani. Con piena facoltà costituzionale di non ricorrervi, va detto; ma probabilmente in modo inopportuno visto le circostanze e le condizioni in cui versa il Paese.
E nel frattempo - visto che le prove generali con il voto provinciale sono andate benone e senza lamentele da parte di nessuno - è al vaglio della maggioranza parlamentare e del governo la trasformazione del Senato e la conseguente estromissione dal voto dei cittadini per quel ramo parlamentare. Un po' sulla falsa riga di quanto già accaduto appunto per le province.

Siamo ancora tutti così sicuri che certe cose oggi gli italiani non le permetterebbero?




giovedì 24 luglio 2014

Il Presidente "indisposto"

Un Presidente della Repubblica che si da malato per non ricevere le delegazioni delle opposizioni nel merito delle delicate operazioni di voto della più profonda, controversa e delicata Riforma Costituzionale di sempre, mi mette una tristezza infinita.

È lo scolaretto che si da malato per non dover affrontare l'interrogazione di matematica.

È proprio vero che ad una certa età gli anziani tornano ad essere un po' bambini... Peccato solo che la Presidenza della Repubblica sia una carica istituzionale un po' troppo delicata per ammettere atteggiamenti di questo genere. Eppure...


venerdì 4 luglio 2014

Riflessione sull'invidia

Oggi stavo riflettendo su un sentimento che per fortuna ha sempre trovato poco spazio nella mia vita e nella mia filosofia: l'invidia.
In un'Italia che va sempre peggio e che propone modelli sempre più artefatti attraverso programmi TV, quotidiani e pubblicità l'invidia trova forse anche più spazio di quanto normalmente ne avrebbe avuto in tempi meno difficili.
La famosa invidia dell'erba più verde del proprio vicino: la macchina più bella, o più nuova, l'appartamento ristrutturato, le vacanze che lui riesce ancora a fare e che noi magari non riusciamo più a permetterci. E così via. Quasi sempre ascolto parole di invidia verso le cose materiali, la posizione sociale, il denaro e tutto quello che riesce a comprare (a volte, belle donne - o begli uomini - inclusi). Al limite sento invidie verso i figli: ce li ha e io no. Ce li ha e sono più bravi a scuola, o sono più belli, etc. Ma anche in questo caso il moto d'invidia ha pur sempre una sorta di radice correlata a qualcosa di concreto, di possessivo.
E' raro invece udire parole di invidia verso una superiore cultura, perchè no una superiore intelligenza, una superiore saggezza o carità d'animo. Nessuno invida il proprio collega o il proprio vicino di casa perchè conosce gli artisti del Rinascimento, o può raccontare la storia che si cela dietro un monumento della propria città. Men che meno ho mai sentito qualcuno invidiare un conoscente, per la sua saggezza o perchè fa il volontario in Croce Rossa o fa qualche sacrificio per donare qualcosa a chi ha di meno. Non c'è invidia in questi casi; tutt'al più (e non sempre) un senso di ammirazione o di generica approvazione.

Secondo me l'invidia in quanto tale è un sentimento comunque e sempre negativo e inutile, ma se proprio in qualità di esseri umani dobbiamo provarla ogni tanto nel corso della nostra vita, credo che sarebbe molto più utile, per primo a noi stessi, se la provassimo verso questo secondo genere di situazioni, e non verso il puro materialismo.

Certamente tutti vorremmo essere persone in grado di contare su ricchezze capaci di soddisfare ogni nostro desiderio e necessità, magari qualcuno vorrebbe anche lui essere uno sportivo famoso o avere comunque una certa notorietà in determinati ambiti o essere circondati da persone che riconoscono la nostra superiorità nel nostro settore e... che magari ci invidiano dal basso dei loro limiti, così umani e che così bene conosciamo noi per primi.

Quanti, il giorno prima dell'incidente sugli sci che lo ha mandato in coma per mesi, avrebbero voluto vivere la vita di un campione di Formula Uno entrato nella leggenda come Schumacher? Ricco da non poterli spendere in 10 vite, con una famiglia splendida, una vita intensa ed emozionante che lo ha portato a girare il mondo nei migliori anni della sua gioventù, e chissà cos'altro di bello. Quanti, solo un anno fa, avrebbero voluto essere un personaggio poliedrico e di successo come Giorgio Faletti scomparso oggi per un male incurabile: scrittore, attore, comico, cantante... sempre di successo, noto e riconosciuto. E gli esempi potrebbero continuare all'infinito.

E quanto vorrebbero essere nei loro panni oggi, 4 luglio 2014?

E allora che senso ha l'invidia? che senso ha sprecare tempo ed energie per invidiare la vita degli altri? Godiamoci la nostra, con i propri pregi e i propri difetti. Non saremo miliardari, ma siamo tutti esseri umani, con le proprie gioie, le proprie debolezze, le proprie sconfitte con cui fare i conti e soprattutto con la nostra vita da vivere.

Poco fa sono andato al bar, ho bevuto un caffè e letto la prima pagina della Gazzetta. Nulla di speciale, di emozionante o di invidiabile. Ma quei dieci minuti così semplici e poco interessanti per il resto del mondo, sono stati un pezzettino della mia vita. E ho deciso io come averli vissuti e con quali sentimenti averli arricchirti. Dovremmo tutti essere più consapevoli di quanto importanti siano anche i momenti meno importanti.




martedì 7 gennaio 2014

Una voce nel buio

Una Voce Nel Buio è un blog che ospita liberi pensieri (i miei, naturalmente!) sui temi più disparati.
L'ho chiamato "Una Voce Nel Buio" perchè è come mi immagino possa giungervi il mio pensiero: sono uno sconosciuto che scrive da non si sa bene dove. Le mie parole penso vi possano giungere, figurativamente, proprio come la voce di uno sconosciuto che proviene da una stanza buia.

Inquietante? Boh forse... In effetti detta così può sembrarlo. Ma il mio scopo non è quello di spaventare nessuno! Voglio solo dire la mia: un punto di vista in più, per quanto anonimo, sulle cose e sulle situazioni della vita. Non penso e non pretendo di essere per forza una voce fuori dal coro. Molto più sommessamente, ogni tanto spero di avere qualcosa di interessante da dire.

Visto che questo è il primo post di presentazione, penso sarebbe opportuno dire qualche parola sul mio conto... e allora eccomi: vivo in Italia, ho un lavoro (di questi tempi non si sa ancora per quanto), sono alle soglie dei miei primi 40 anni, ho una famiglia, un mutuo e... boh, questo è quanto. Man mano che scriverò nuovi post, mi capiterà di volta in volta di raccontare qualche altro dettaglio su di me. Non è lo scopo del blog, naturalmente, ma potrà capitare di dire qualcosa in più sul mio conto in relazione agli argomenti su cui mi capiterà di scrivere.

Nel bene o nel male, questo è quanto.